comune di corleone - sito ufficiale
Il Sindaco
Il Presidente del Consiglio
Giunta
Consiglio Comunale
Gruppi Consiliari
Commissioni
Statuto
Programma Amministrativo
Relazione Annuali Sindaco
Bollettino Ufficiale
News e Comunicati Stampa
Consulta Giovanile
Stemma e Gofalone
Segreteria
Ufficio di Gabinetto
URP
Rubrica Tel. del Comune
Uffici Comunali
Modulistica
Autocertificazione
Numeri Utili
Il Comune in cifre
Storia
Come Arrivare
Ristoranti ed Alberghi
Fotografie
Siti web
Museo
Biblioteca
BORGATA DI FICUZZA
Storia
La Riserva
Ricettività
Fotografie
Lipu
Sicurezza Sociale
Politiche del Bilancio/Tributi
Gestione del Territorio
Sviluppo Economico
Cultura e Sport
Le Infrastrutture
Risorse Umane
Servizi Pubblici
Regolamenti
Delibere di Giunta
Delibere del Consiglio
Determine Sindacali
Ordinanze Sindacali
Determine Dirigenziali
Bandi
Incarichi Professionali
Operazione trasparenza
 
 
 

Borgata Ficuzza

La Storia
A circa 40 Km da Palermo, percorrendo la strada statale che conduce a Corleone si trova, immersa nell’omonimo bosco, la borgata di Ficuzza. Il territorio che lo circonda, abitato sin dalla preistoria, reca tutt’ora i segni di antichissime civiltà, agevolate nel loro insediamento dalla stessa struttura morfologica del terreno che offriva oltre che acqua e cibo, anche un rifugio sicuro ricavato dagli anfratti della Rocca Busambra (1915 m.).
Questo imponente massiccio calcareo, unico presente, si affaccia su una enorme distesa verde ricca di valli e torrenti nella quale trovano possibilità di vita innumerevoli specie animali e vegetali. Dalla sua estremità è possibile ammirare per intero la superficie boschiva (oggi Riserva naturale gestita dall’Azienda Foreste demaniali della Regione Sicilia) quantunque la stessa, nel corso dei secoli, abbia subito un arretramento in favore dell’agricoltura. Questo splendido paesaggio, nel quale tutt’oggi è possibile cogliere l’avvicendarsi delle stagioni, certamente ammaliò Ferdinando IV di Borbone, al quale si deve non solo l’accorpamento di vari feudi in un unico bosco ma anche la nascita di questo piccolo borgo: infatti fu nel 1798 che il re, in fuga dai tumulti di Napoli, scelse questo territorio per adibirlo a Riserva reale di caccia, la sua principale passione. I segni del suo passaggio sono già presenti nell’obelisco che è l’accesso a Ficuzza: la dicitura che esso reca, indirizza il visitatore verso quella “ regias aedes “ che resta oggi l’impronta più tangibile della sua presenza. Il re, infatti, non trovando nei territori circostanti nessuna masseria che potesse ospitare lui e tutto il suo seguito, fece progettare e costruire un palazzo che gli servisse non solo da residenza, ma anche per condurre la brillante vita di corte cui era abituato. E chi oggi visita Ficuzza non può fare a meno di notare la magnificenza della “ Real casina di caccia “ incastonata in quello splendido paesaggio naturale che le fa da cornice e che rende la borgata fuori dal tempo e dai frenetici ritmi quotidiani. I lavori per la sua costruzione ebbero inizio nel 1802 sotto la direzione dell’ingegnere Carlo Chenchi e si protrassero fino al 1807. In corso d’opera gli fu affiancato l’architetto Venanzio Marvuglia già a servizio del Re sin dal suo arrivo a Palermo e per il quale aveva già costruito la odierna Palazzina Cinese. Il Marvuglia si avvalse delle più famose maestranze del tempo che abbellirono l’interno del Palazzo reale. Di stile neoclassico, simile alla reggia di Caserta, il palazzo, a pianta rettangolare, consta di un cantinato seminterrato al tempo adibito a riserva alimentare, di un piano terra ed un primo piano. Nel prospetto frontale è posto l’ingresso principale che serviva al re per accedere direttamente con la carrozza nella sua residenza. A sinistra dell’edificio si trova l’ingresso per la servitù che occupava tutto il piano nel quale erano anche la cucina e la dispensa; a destra, invece, l’ingresso della Cappella reale. Le due file di finestre del prospetto principale sono sormontate da un cornicione sul quale troneggia un gruppo scultoreo eseguito da Giosuè Durante e da Francesco Quattrocchi, al centro del quale è posto lo stemma borbonico, di forma ovale e arricchito con motivi floreali. Ai suoi lati, due scene che raffigurano, a sinistra il dio Pan, protettore delle greggi e dei campi, che intrattiene con il suono del flauto alcuni animali selvatici, a destra Diana, dea della caccia e dei boschi, circondata da cervi e cani. Lateralmente, nelle due estremità opposte due orologi eseguiti dall’artista Giuseppe Lorito. Al cantinato seminterrato, con volte a botte e robusti pilastri di sostegno, si accede, oltre che da una scala interna, da un corridoio interrato posto all’estremo nel lato della costruzione. Il piano nobile invece si trova in cima ad un scala realizzata in marmo rosso proveniente da cave locali (Scalilli) lungo la quale è possibile ammirare due rilievi su pietra arenaria che rappresentano le aquile borboniche con lo stemma reale. Da essa si diparte un lungo corridoio nel quale si susseguono l’appartamento reale e gli alloggi per i nobili che il re ospitava in occasione di feste e battute di caccia che lui stesso meticolosamente organizzava. Questa parte oggi ospita oltre che i numerosi reperti archeologici della zona, i paramenti sacri della Cappella, alcune tele e antichi registri. La stanza reale, unico ambiente ancora originale, ha una parete aperta dal lato del corridoio e presenta quattro colonne in marmo bianco, scanalate ed abbinate a due a due i cui capitelli allungati a forma di fiore richiamano quelli egizi.
La scanalatura delle colonne è ripresa nel decoro ligneo laccato posto sulle pareti. Il tetto della sala è decorato con una fascia a riquadri alternati, affrescati con scene mitologiche e di caccia in chiaroscuro e figure di cani cervi e animali selvatici in pittura colorata, separati uno dall’altro da frecce, faretre e fasci. La volta a crociera, anch’essa affrescata, è separata dai riquadri da una cornice a stucchi dorati. Agli angoli spiccano quattro conchiglie a motivo floreale, tra le quali, racchiuse in Lunette, sono rappresentate scene che rendono protagonisti la dea Diana e gli animali del bosco. Un camino di stile neoclassico in marmo di Carrara, adorna la parte destra della stanza. Proseguendo lungo il corridoio si accede ad un balcone che si affaccia direttamente nella Cappella, dal quale il re poteva assistere alle funzioni religiose. Questa piccola chiesa (tutt’ora adoperata) per la quale furono impegnate, in campo pittorico e scultoreo, i più rappresentativi artisti dell’epoca (Giuseppe Velasco e Girolamo Bagnasco) ha una pianta ellittica con volta a botte adornata da cornici che racchiudono forme geometriche. Le pareti sono decorate da coppie di lesene scanalate a spigoli smussati e capitelli ionici. E’ opera di Giosuè Durante l’altare realizzato in marmi policromi, mentre è del Velasco la tela ovale ad olio che rappresenta Santa Rosalia in meditazione dentro una grotta che sovrasta l’altare stesso, il dipinto è inserito in una cornice di marmo giallo sostenuta da due angeli e sormontata da due putti. Di Girolamo Bagnasco sono invece un rilievo collocato nella parete centrale dell’altare raffigurante la cena di Emmaus e il crocifisso ligneo che sta su di esso. Lo stesso re si curò di arricchire la Cappella con arredi sacri che aveva portato con se da Napoli e dalla reggia di Caserta; ancora oggi possiamo ammirare un calice in argento ed una splendida pisside in argento dorato a motivi floreali, che reca, incisi sul coperchio, 3 momenti della Passione. Altri oggetti in argento, tra cui spicca un ostensorio, fanno parte del tesoro della Cappella e si possono trovare, all’interno del Palazzo, nelle stanze adibite all’esposizione. E sebbene molte delle opere già inventariate nel 1815 (tele, drappi, arazzi, mobili e statue) siano andate perse durante i numerosi saccheggi cui il Palazzo fu sottoposto nel corso dei secoli, molte altre invece sono state recuperate e conservate.
E’ questo il caso di alcune sculture provenienti dalla Chiesa di Sant’Isidoro Agricola, ancora esistente fino al secolo scorso. Fra queste, spicca un bassorilievo raffigurante il santo nell’atto di toccare con una verga un sasso dal quale sgorga acqua di sorgente. La chiesa, infatti, sorgeva in contrada Lupo nei pressi di una sorgente e dal suo interno era possibile ammirare lo scorrere dell’acqua attraverso una grata di marmo, oggi esposta, così come il bassorilievo, all’interno del Palazzo. Il culto di Sant’Isidoro, la cui festività ricadeva a metà del mese di Maggio, rappresentava un momento economico molto importante per il borgo: infatti nella sua piazza si alternavano orafi, argentieri, mobilieri e tessitori oltre che mercanti di bestiame e artigiani del pellame che proponevano bardature e finimenti di ogni tipo per cavalli dei quali il re era un grande estimatore. In questo contesto erano state, infatti, previste delle vere e proprie postazioni per i venditori, quegli archi che si trovarono lateralmente al Palazzo e un abbeveratoio che servisse per il ristoro degli animali. Ma fu quando il re, dopo il Congresso di Vienna, tornò a Napoli che iniziò il periodo di decadenza del Palazzo e delle sue aree limitrofe: benché egli avesse lasciata arredata la reggia che lo aveva visto protagonista, nel corso dei secoli molti furono i saccheggi che la interessarono, soprattutto nel periodo della rivolta palermitana. In ultimo, durante la seconda guerra mondiale, arrivarono anche i tedeschi il cui comando si insediò nel Palazzo, così come documentato dalle scritte ancora visibili nei sotterranei. Al re, inoltre, va riconosciuto il merito di aver migliorato la viabilità e di aver lasciato, anche all’interno del bosco, la testimonianza del suo passaggio. Seguendo dei percorsi ben precisi, è possibile visionare i ruderi di quelle architetture che gli servivano per soddisfare i suoi divertimenti: la caccia e la pesca. Oltre alle muracche e alla pescheria di Gorgo del Drago, il “ Pulpito del re “ resta la maggiore espressione della tecnica usata da architetti e costruttori nella realizzazione di opere ricavate da nudi blocchi di pietra. Questo sito altro non è che un sedile posto all’apice di una scala scavata nella roccia arenaria, che serviva al re per attendere, comodamente seduto, il passaggio della selvaggina alla quale sparare. Dello stesso periodo è una fontana in pietra a tre ripiani concavi che si trova ai piedi di Rocca Busambra, luogo che evoca antiche leggende oltre che il passaggio, nei primi del ‘900, dei briganti che in questo luogo avevano i loro nascondigli. Il valore del patrimonio architettonico unitamente all’ambiente circostante gestiti sin dal 1870 dall’Amministrazione Forestale, fanno di Ficuzza in ambiente unico, giusta meta di quel flusso turistico che transita nei più svariati periodi dell’anno. E proprio da questa unicità nasce il bisogno di salvaguardare questo ambiente, malgrado lo stesso, come spesso accade ai piccoli borghi, sia stato troppo spesso vittima di fattori ambientali e territoriali che ne hanno fortemente limitato lo sviluppo.
 
 
     

 

 

 

 
Homepage